Tutti al mare. Oddio, tutti proprio no, ma i giocatori non convocati per l’All-Star Game giocato nella notte scorsa o per la gara dei fuoricampo di 24 ore prima hanno potuto approfittare di una rarissima sosta, tre giorni pieni, per riposarsi o magari fare una scappata in un luogo diverso dal solito. Da domani ricominciano solo in due, Texas e Houston, e venerdì ripartono tutte le altre con un programma pieno, che andrà avanti fino al 28 settembre senza fermarsi: si fermeranno cioé a turno le squadre, per 1-2 due giorni al massimo, ma ogni sera o pomeriggio ci saranno partite, ed è la grande forza del baseball. L’All-Star Game è stato vinto per la settima volta consecutiva dalla American League, che peraltro, pur essendo in casa (Cleveland), non ha nemmeno potuto usufruire della regola del battitore designato, ovvero il giocatore che nei turni di battuta sostituisce il lanciatore, chiamato invece ad essere anche attaccante nelle gare della National League. È stata una partita divertente e incerta, il che aiuta in un clima agonistico moderato e modificato dai cambi continui, per far giocare tutti e non spremere troppo i singoli lanciatori: entrambe le squadre ne hanno utilizzati nove, nessuno per più di un inning, e dunque per loro ci sarà la possibilità di riprendere subito senza saltare partite. È qualcosa che si può programmare, al contrario di quanto accaduto a Mike Minor, di Texas: convocato per l’All-Star Game, non ha però potuto essere chiamato sul monte di lancio perché per motivi interni ai Rangers aveva dovuto giocare domenica e dunque non era ipotizzabile che potesse farlo anche a Cleveland. Ci ha guadagnato Shane Biebier, in tutti i sensi: perché ha sostituito Minor ed è pure stato nominato Mvp, miglior giocatore, in una gara in cui sarebbe stato difficile sceglierne uno in maniera netta. Ma Bieber al 5° inning ha eliminato al piatto tutti e tre i battitori affrontati e mantenuto il vantaggio di 1-0 diventato 2-0 poco dopo, prima del 4-3 finale, e un po’ per la sua impresa un po’ per il fatto che Bieber è un giocatore di casa, degli Indians, ecco il premio. Meritato, non fosse altro per gli sforzi che Bieber, da quando ha un minimo di notorietà (poco più di un anno, essendo arrivato in Major League nel maggio del 2018), deve fare ogni santo giorno per spiegare di non essere parente dell’altro Bieber.

Contrariamente a quanto accaduto dal 2003 al 2016, l’All-Star Game non ha assegnato il fattore campo nella World Series: dunque, la vincitrice della American League non avrà l’eventuale bella in casa a prescindere, ma solo se avrà un bilancio vittorie-sconfitte migliore della sua avversaria in National League. La regola vigente per quei 14 anni era poco gradita a media o tifosi, irritati all’idea che a decidere un aspetto così importante fossero giocatori che magari nemmeno avrebbero poi fatto i playoff, anche se va detto che le ultime edizioni della finale hanno dimostrato che il fattore campo conta pochissimo: le cinque squadre campioni DAL 2014 al 2018 hanno vinto la gara decisiva fuori casa, per dire. Prima della modifica del regolamento, ogni anno si alternavano come detentrici del suddetto fattore campo le vincitrici della American League e della National League, e non c’era scandalo per questo. Stranezze.

Minor, dicevamo. Dei Texas Rangers, che dalle macerie dell’ultimo biennio hanno estratto qualche fattore di positività, nella figura del lanciatore ma anche di un Joey Gallo che ha giocato un All-Star Game all’altezza della stagione: 1-1 con un fuoricampo al primo lancio ricevuto (!) e pallina uscita dalla mazza alla velocità di 179 chilometri orari, la più rapida da quando - obiettivamente non molto, il 2015 - la MLB misura questi dati. Gallo gioca prima base, terza base ed esterno sinistro, ha 25 anni, viene da Las Vegas come Bryce Harper e Kris Bryant ed ha frequentato lo stesso liceo del grande Ozzie Fumo. Chi? Esatto, chi? In realtà si tratta solo di un deputato dello Stato della Louisiana, ma un nome così è troppo irresistibile. Fatto sta che Gallo è alla stagione dell’affermazione, dopo anni in cui qualche fuoricampo sparato in province adiacenti gli aveva dato notorietà incompleta. Come difensore è ancora alla ricerca della posizione ideale, che quest’anno sembra essere all’esterno, con alti e bassi: solo sabato a Minneapolis, penultima partita prima della sosta, aveva commesso il terzo errore stagionale, ma il giorno dopo si è rifatto con uno splendido tiro uscito dal suo braccio (destro, mentre in battuta è mancino) alla velocità di 146 chilometri orari per percorrere una distanza di 77 metri ed eliminare in terza base Byron Buxton, che è uno dei più veloci giocatori MLB ed era partito dalla seconda base. Si era chiuso l’inning sull’1-1, invece che sul 2-1 del potenziale punto di Jonathan Schoop partito dalla terza, e alla fine era stato il gioco decisivo nella vittoria dei Rangers agli inning supplementari. È vero che gli errori di Gallo sono nati non da incertezza ma da eccesso di zelo nel calarsi in un ruolo ancora nuovo - 55 partite, nulla rispetto a una carriera - ma è anche vero che lampi come quello contro i Twins lo indicano come giocatore in grado di innalzare il livello dei Rangers nel presente e nel futuro, e per un club con la prospettiva di spostarsi in un nuovo stadio dal 23 marzo del 2020, e dunque attirare spettatori, poche notizie sono positive come quella del suo miglioramento.

Texas, come detto, torna sul diamante per prima, assieme a (e contro) Houston, e sarà una miniserie che potrà dare qualche indizio in più sul resto della stagione. Al momento gli Astros sono 57-33, contro il 48-42 dei Rangers, e in mezzo a loro c’è Oakland a 50-41, ma è ovvio che la corsa non è tanto al primo posto di division quanto a uno dei due per l’accesso al Wild Card Game, che al momento sarebbe Oakland-Tampa Bay (52-39) e dunque è ovvio che con 72 partite ancora da giocare le possibilità di sorpasso (ma anche di caduta) sono alte.

 

FENOMENO. Pete Alonso ha mantenuto quel che (non) aveva promesso. Ha vinto la gara dei fuoricampo, Home Run Derby, intascando un milione di dollari ma soprattutto entrando nel novero di giocatori MLB di cui adesso il tifoso medio percepisce il valore, se non altro come fuoricampista. Rookie - dunque alla prima stagione con i New York Mets - Alonso ha vinto battendo 55 fuoricampo ma soprattutto battendo quello decisivo al termine di ogni turno: il quarto di finale contro Carlos Santana, dei Cleveland Indians («non avrei mai pensato di ricevere dei buuu all’Home Run Derby»), la semifinale contro Ronald Acuna e la finale contro Vlad Guerrero Jr, altro rookie, Toronto Blue Jays. Aveva bisogno di 23 pepitoni e il numero 23 lo ha spedito oltre il muretto a 18” dalla fine, facilitato forse dal fatto che il suo avversario aveva dovuto andare a tre turni di spareggio contro Joc Pederson, battuto alla fine 40-39. Ecco perché alla fine è stato Guerrero a colpire più fuoricampo e a creare il maggiore impatto: 91, per un totale di quasi 14 chilometri complessivi di distanza. Alla fine era esausto e attenzione: in passato altri giocatori hanno dato tutto all’Home Run Derby e accusato un forte calo di potenza e resistenza nel resto della stagione.

 

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