‘Autorevole’. Aggettivo articolato, aggettivo… autorevole. Nel mondo dei media viene applicato a testate, straniere e in genere lette praticamente da nessuna persona normale, che godano di buona fama, ma in realtà l’agorà politica attuale fa sì che sia ‘autorevole’ solo il giornale che propugna tesi favorevoli a chi lo menziona. In caso contrario, silenzio assoluto. Dunque, il Wall Street Journal è autorevole o no? Cerrrrrto che lo è, visto che oggi ha pubblicato uno studio che ci torna molto utile. Uno studio sulle caratteristiche impressionanti degli Houston Astros, al momento seconda miglior squadra della American League con il 64,7% di vittorie, dietro ai New York Yankees con il 64,9%.

Houston infatti è al momento prima negli strikeout da parte dei propri lanciatori e prima negli strikeout subiti dai propri battitori. Ma attenzione: la seconda statistica è positiva, vuol dire che in battuta gli Astros girano a vuoto meno di tutti, o meno di tutti girano la mazza senza colpire la pallina con due strike. Un abbinamento stupefacente, totalmente inedito: che si spiega anche - riprendiamo vari passaggi dell’articolo - con l’estremo studio statistico e analitico da parte dello staff. Michael Brantley, che a Cleveland aveva avuto infortuni e pareva giocatore dal futuro incerto, è stato preso (e con un buon contratto) per la sua freddezza nel box di battuta, e infatti nella sua carriera è andato in strikeout solo nel 10% dei casi, ovvero meno della metà della media attuale dei giocatori MLB, che è del 23%.

Non solo: come sapete, sono in crescita sia gli strikeout sia i fuoricampo, nella lega, e la tendenza di molte squadre è quella di accettare un’alta percentuale di eliminazioni al piatto perché controbilanciata da un aumento delle palline spedite oltre le recinzioni. Ma a Houston riescono a stare sul sicuro su entrambi i fronti: pochi strikeout subiti ma molti fuoricampo e battute lunghe, tanto che il rendimento offensivo complessivo è secondo solo a quello dei Minnesota Twins. Per ottenerlo, i battitori vengono allenati a riconoscere meglio i tipi di lancio, e dunque a girare la mazza solo su quelli più colpibili.

Quanto ai lanciatori, Justin Verlander (espulso martedì sera durante una vittoria per 15-1, per la cronaca) e Gerrit Cole sono primo e secondo per strikeout, e sono arrivati a Houston in anni successivi proprio in base allo studio analitico, anche se non è che in generale ci volesse un genio per capire quanto fossero forti. Ma attenzione: forti sì, ma con la capacità di lanciare in modo da ottenere i cosiddetti ‘K’, più che battute lente o arcuate facilmente catturabili dai difensori. Perché - come sostiene il general manager Jeff Luhnow - se elimini un battitore al piatto finisce lì, mentre se concedi una battuta anche apparentemente innocua ti apri alla possibilità di un errore difensivo.

Cole ad esempio ha modificato la sua scelta di lanci su consiglio dello staff (il pitching coach, dunque specialista, è Brent Strom, 70 anni, ex lanciatore MLB, attualmente fermo per un intervento chirurgico), eliminando due tra i preferiti, il sinker e il cambio di velocità, e accentuando le palle veloci a quattro cuciture e le curve: a dimostrazione del suo talento naturale, il suo rendimento non solo è rimasto identico ma è cresciuto, e con esso il numero di strikeout. Houston è con gli Yankees la palese favorita ad arrivare alla World Series, e la storia dimostra che nei playoff gli strikeout dei lanciatori pesano molto: ecco allora cosa potremo aspettarci, grazie allo studio del Wall Street Journal. Scusate, dell’AUTOREVOLE Wall Street Journal.

Poveri prima base. Poveri non come introiti, ma come reputazione. Un libro li descrive così: «Uno zoticone con la mazza potente e incapace di difendere finisce a giocare prima base. Per prendere qualche battuta rimbalzante, qualche pop-up [battuta altissima e corta], per tenere vicini al cuscino di prima base, per ricevere tiri dagli altri interni. E di solito lo fa bene, se cerca di non fare figuracce». Come dire: se sai battere di potenza e hai stazza, vai in prima base e lascia che siano seconda base, interbase e terza base a fare salti, acrobazie e assistente perfette. Tu devi solo stare attento a prendere la palla col piede sul cuscino, e a non fare danni. Qualche nome attuale? Freddie Freeman, Carlos Santana, Anthony Rizzo, Miguel Cabrera, Josh Bell, Joey Votto. Tutti battitori di grande efficacia, e tutti fisici notevoli. Visti dal vivo, e ancor meglio da vicino, Freeman e Rizzo sono quelli che fanno maggiore impressione: i José Altuve (che del resto è un seconda base) sono un’eccezione, nello sport di alto livello, perlomeno in sport in cui la stazza sia importante per imprimere potenza alle battute o (football) dare e ricevere colpi, si percepisce subito la differenza tra chi ha una dimensione fisica appena normale e chi va oltre,

 

FENOMENO. È la notizia della settimana, forse. Pete Alonso, rookie dei New York Mets, ha battuto il suo fuoricampo numero 42 della stagione, stabilendo il record per la sua squadra. Con ancora un mese di partite da giocare e dunque la possibilità di allungare parecchio. Il primato era di Todd Hundley e Carlos Beltràn, e la cosa interessante è che è la prima volta dal 1938 (Johnny Rizzo, Pittsburgh Pirates) che a stabilire un record di squadra sia un rookie, ovvero giocatore al primo anno di MLB. E nel caso di Alonso, nipote di un catalano fuggito da Barcellona durante la Guerra Civile spagnola (1936-39), il termine rookie calza senza problemi: nella MLB infatti si può essere matricole anche se si è giocato l’anno prima, purché non si siano superati i 45 giorni di presenza in un roster, i 130 turni di battuta o - per i lanciatori - i 50 inning lanciati.

Per assurdo, un giocatore che raggiunga i 129 turni di battuta per otto anni consecutivi può essere un… rookie al nono anno, se va oltre. Vabbé. Comunque sia, Alonso ha toccato quel traguardo dopo aver vinto, per quel che conta, l’Home Run Derby all’All-Star Game, e da solo ha dunque battuto il 22% dei pepitoni dei Mets, che ne hanno in tutto 186, cioé 45 in meno dei primi della National League, i Dodgers (231), e 69 in meno di Minnesota (255), prima assoluta. Problema: perché la New York bluarancio possa sperare di entrare ai playoff come wild card bisogna che Alonso mantenga il ritmo ed altri lo innalzino, in battuta e sul monte di lancio. Da martedì, infatti, i Mets giocano 12 partite consecutive contro squadre che sono davanti a loro in classifica, e dunque ognuna di esse ha un doppio risvolto.

Ah, Alonso è un prima base. Vedi sopra, insomma…

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