Presente la storia dei dog days of summer e cose simili, la canicola e il periodo in cui il baseball passa da campionato che va con il pilota automatico, seppure regolato su velocità diverse da squadra a squadra, a progressiva accelerazione verso il traguardo dei playoff o del ritorno a casa per il lungo inverno? Ecco, prosegue.

Prosegue con i soliti noti al comando, specialmente se presi apposta per comandare. Lo ha fatto Zach Greinke, con i suoi occhi di ghiaccio e la sua varietà di lanci: al debutto, martedì sera contro Colorado, ha ottenuto la vittoria nonostante un quarto inning di difficoltà, ma soprattutto ha stupito per la modifica immediata allo stile che lo ha portato ad essere un dei lanciatori più noti ed efficaci di questa era del baseball. Il 31% dei suoi lanci è stato un cambio di velocità, cioé il tipo di lancio impostato come una palla veloce ma che ha una velocità molto minore: l’effetto è che il battitore, preparandosi a girare la mazza rapidamente, di fatto lo fa in anticipo e manca la palla, o la sfiora facilitando - in genere - il compito della difesa.

Bene, Greinke quest’anno con la casacca di Arizona aveva usato il ‘changeup’ solo nel 21% dei casi, e questo vuol dire che nei giorni tra arrivo e debutto ha studiato, ha dialogato (pare molto) con il manager AJ Hinch e compreso che la maniera migliore di iniziare la sua nuova fase era quella di variare. Di far credere una cosa ed eseguirne un’altra, di affrontare un battitore con certi tipi di lanci e di loro piazzamento e fare l’opposto al turno successivo, di ripresentarsi diverso pur restando se stesso. Che poi abbia avuto un notevole aiuto dai compagni in attacco, per vincere, è altro discorso: la prima partita ha già spaventato le rivali per il titolo della American League.

Tra cui New York, che continua a giocare due campionati diversi. Uno sul campo e uno sul fronte degli infortuni. Tanto che l’apposita sezione del quotidiano comunicato di presentazione delle partite è diventata letteratura a sé, per l’intricatezza delle date di messa in lista infortunati: ce ne sono da 10 e da 60 giorni, spesso retroattive cioé la data di inizio può essere indicata a posteriori, purché il giocatore nel frattempo non sia stato utilizzato. Quando si è in una delle due liste non si figura ovviamente come attivi e dunque si apre nel roster un buco, che il club può riempire promuovendo un atleta da una squadra minore oppure firmandone uno libero. Come intuitivo, chi va in injured list da 60 giorni dopo l’1 agosto deve… restarci per il resto della stagione, dato che teoricamente a cavallo tra settembre e ottobre finisce la regular season.

Aggiungendo che chi è nella lista da 10 giorni può restarci anche di più, ma non di meno, è curioso notare come fino a tutto il 2018 la lista si chiamasse non ‘injured’ (infortunati, appunto) ma ‘disabled’, poi una lunga campagna di associazioni per l’assistenza ai disabili ha ottenuto la modifica, per rispetto e distinzione verso i disabili veri, che certamente se la passano molto peggio rispetto ad atleti ‘temporaneamente non abili’, significato concreto della definizione precedente. Tutto questo per dire che… dopo avere terminato in anticipo la partita di domenica contro Boston, il seconda base Gleyber Torres è uscito prima del terzo turno di battuta nella gara di martedì sera a Baltimore ed è tornato direttamente a New York per sottoporsi a esami sui problemi muscolari che ha accusato. Fino ad ora Torres era stato l’unico (!), tra i 25 giocatori del roster che ha iniziato la stagione, a non finire in lista infortunati, ma ora il rischio c’è. E nonostante tutto gli Yankees sono primi, con discreta tranquillità, nella American League East.

 

FENOMENO. Chi conosce un po’ il mondo anglosassone sa che gli individui con i capelli rossi sono visti un po’ così. Presi in giro, canzonati, ritenuti poco credibili. Non è bello, ovviamente, anche perché la loro percentuale non è bassissima, ma va così. In gergo il colore dei loro capelli si dice ‘ginger’, e da qui nascono - anche nel calcio - soprannomi curiosi come quello di ‘Ginger Mourinho (Il Mourinho dai capelli rossi) per Sean Dyche, allenatore del Burnley di Premier League, o ‘Ginger Pelé’ per l’ex calciatore dell’Arsenal Ray Parlour (che con i piedi non era delicatissimo, e il soprannome era volutamente forzato. Ora, nella MLB, abbiamo ‘Gingergaard’, in ovvio ossequio a Noah Syndergaard, grande lanciatore dei New York Mets, portatore sano (e sempre fresco di shampoo) di una bella chioma fluente. Non rossa, però, perché quella appartiene appunto a Dustin May, 21 anni, lanciatore dei Los Angeles Dodgers, a cui appunto è stato rifilato il soprannome.

Oddio, nei due anni da professionista ma in minor league, prima del debutto con i Dodgers lo scorso 2 agosto, May di nomignoli ne aveva sentiti tanti, come ha ricordato un divertente pezzo di ESPN, e quasi tutti poco lusinghieri, dal classico ‘testa di carota’ (pel di carota in italiano arcaico) al puro e semplice ‘ginger’, più altri non riferibili. Alla prima partita May è risultato lanciatore perdente pur avendo fatto buone cose fino agli ultimi lanci, ma è già tanto che fosse lì, dato che era tra i candidati ad essere ceduti nelle frenetiche ore di chiusura affari di cui abbiamo parlato la scorsa settimana. Rimasto, e messosi alle spalle quella sconfitta iniziale dovuta anche a errori dei suoi compagni di squadra, è da seguire: per come si prepara, per come vive le partite e l’esperienza professionistica, per quello che potrà dare, perché in realtà il suo allenatore, Dave Roberts, è molto contento di poterlo ancora avere a disposizione avendo notato un bel repertorio di lanci. L’unico che è scettico di tutto ciò è il Syndergaard originale, che secondo il tweet di un cronista di New York avrebbe commentato «che soprannome stupido, a me non interessa quello che fa un lanciatore avversario». Non bene, davvero. Ma May a sua volta ha dimostrato di sapersene fregare di quello che pensano gli altri, e se mai dovesse avere momenti di disorientamento saprebbe a chi rivolgersi: Justin Turner, 35 anni, il terza base, anch’egli rosso di capelli e barba. Tre anni fa Turner girò una divertente scenetta con Animal, il batterista dello show televisivo I Muppet (lo trovate sul web), che aveva e ha una caratteristica: la chioma rosso fuoco, ovviamente.

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