Che lezione ha dato la vittoria dei Washington Nationals nella World Series, primo titolo per una squadra della Capitale dal 1924? Ahimé, nessuna. Nessuna davvero, e questo è interessante, persino incoraggiante, perché questo trionfo inatteso non comporta corse al copia-incolla e a frettolosi giudizi. Ricordate, dopo il successo della Germania ai Mondiali di calcio del 2014, la corsa al ‘modello tedesco’? Peccato che quattro anni dopo la nazionale abbia fatto una brutta figura in Russia e di quel presunto modello non si sia più sentito parlare. Del resto, c’è chi innova e chi copia, e i primi possono sbagliare ma almeno fanno qualcosa, mentre i secondi sono sempre costretti a reagire, mai ad agire. Washington ha trionfato, in una serie assurda in cui si sono viste solo vittorie esterne. Ma ha trionfato per una serie di circostanze, molte delle quali volute, che sono talmente uniche da non richiedere replica, perché una replica sarebbe impossibile.

Per prima cosa, prima della stagione i Nats avevano perso il loro giocatore più celebre e importante, Bryce Harper, che aveva preferito i Philadelphia Phillies e un contratto di 13 anni e 330 milioni di dollari. Con lui, esterno e fuoricampista di grandissimo livello, erano andati ai playoff quattro volte senza mai passare il turno, mancando del tutto i playoff stessi nel 2018, anno chiuso con un bilancio di 82-80 e qualche perplessità sulle doti del manager Dave Martinez. Harper, etichettato come ‘il LeBron James del baseball’ quando ancora aveva 17 anni, sei volte All-Star, Mvp della National League nel 2015, è senza dubbio un campione, ed è dunque insensato qualsiasi tentativo di pensare che senza di lui la squadra sia migliorata: i Nats sapevano di avere esterni giovani (e meno costosi) come Victor Robles per sostituirlo in difesa e contavano di metterci magari un anno di più per arrivare a giocarsi il titolo.

Anche per questo motivo avevano messo sotto contratto Patrick Corbin, il lanciatore ex Arizona: con lui, Stephen Strasburg e un Max Scherzer ormai 35enne e sempre più impaziente di vincere, non si poteva programmare molto in là ma nemmeno pensare che l’orizzonte ideale fosse quello dei 12 mesi successivi. È andata che Robles ha battuto 17 fuoricampo, cioé meno della metà di Harper (35), ma è anche stato l’esterno centro con più punti salvati (si tratta delle palle prese al volo che annullano una possibile segnatura avversaria) e assist cioé tiri in base per eliminare un uomo, anche se ha anche commesso più errori di tutti, sei.

Non è Harper, ma assieme ai compagni di squadra, che il loro livello alto lo avevano già mostrato, ha contribuito a mettere assieme un rendimento che dal bilancio di 19 vittorie e 31 sconfitte, il 24 maggio, li ha portati a chiudere 93-69: solo cinque altre volte, nell’ultracentenaria storia del baseball, una squadra aveva raggiunto i playoff pur essendo stata 12 partite sotto la parità, e solo i Boston Braves del 1914 (!) avevano vinto 93 partite partendo da uno svantaggio del genere.

Chiaro però che in quel fine maggio si pensava e diceva di tutto: che Martinez fosse davvero incapace di delineare strategie adatte sul diamante e sulla scelta dei giocatori, che Scherzer, il closer Sean Doolittle e il terza base Anthony Rendon avessero chiesto di essere ceduti, che Washington fosse tornata agli anni delle basse speranze. Come aveva detto Andrew Johnson, il 17esimo presidente degli Stati Uniti, la Capitale è un territorio di 12 miglia quadrate che ha come confini il mondo reale: ovvero, tutto quello che accade al suo interno ha dimensioni distorte e non sincere, e appena si esce si scopre che esiste una realtà un pochino più concreta.

Confrontarsi con essa, facendosi forza anche delle frecciatine del mondo esterno - è proprio Doolittle che lo ha ammesso - la squadra ha trovato la forza di compiere non imprese eclatanti ma semplicemente quelle che la classe dei singoli le permetteva di raggiungere. Sarebbe del resto semplicistico pensare che sia bastato un colloquio nella clubhouse - che nel baseball non è solo spogliatoio ma proprio luogo in cui si passano ore ed ore - per ribaltare le cose: senza talento, senza la capacità concreta di metterlo in atto, tutto il resto è banalità.

Dunque, da 19-31 a 93-69 con un reparto lanciatori partenti che ha alzato il livello ma un settore rilievi, cioé i lanciatori che danno loro fiato gestendo gli ultimi inning, dalle statistiche pessime, ed anche per questo il presunto modello Nats non è replicabile: 18-8 in giugno, 15-10 in luglio, al termine del quale erano arrivati dal mercato Daniel Hudson e altri due rilievi, 19-7 in agosto e un settembre sul filo, a guardare ogni sera cosa avessero fatto St.Louis Cardinals, Milwaukee Brewers e Chicago Cubs, le altre avversarie per un posto al Wild Card Game dei playoff, posto che la National League East era già in mano agli Atlanta Braves.

Tante partite a punteggio ravvicinato, tante vittorie in rimonta, alcune sconfitte in serie e la soddisfazione,  tra 23 e 26 settembre, di vincere cinque partite su cinque contro Philadelphia, eliminandola dai playoff e al tempo stesso avanzando verso di essi. Alla fine, Strasburg aveva 18 vittorie, numero uno della NL, Rendon aveva battuto a casa 126 punti, numero uno dell’intera MLB, e il già citato Robles, oltre ai dati già espressi, era andato ben 21 eliminazioni al di sopra della media generale della lega.

Poi sono arrivati i playoff ed è emerso uno spirito che è - anch’esso - non replicabile: i Nats nel Wild Card Game erano sotto 3-1 all’ottavo inning contro Milwaukee, che aveva come lanciatore di rilievo il quasi insuperabile Josh Hader, ma hanno vinto; erano sotto 2-1 nella serie (al meglio delle cinque partite) contro i favoritissimi Los Angeles Dodgers, e hanno vinto gara4 in casa e gara5, decisiva, in trasferta, grazie a un fuoricampo da quattro punti (grande slam) di Howie Kendrick, ex Dodger e certo non giocatore di primissima fascia, al 10° inning. Infine, la finale, con 2-0 in trasferta seguito dallo 0-3. Come dire, troppi elementi incerti e apparentemente casuali per poterne ricavare una lezione o un esempio.

Quello che conta è che i Nats sono riusciti a tenersi stretti Scherzer, a valorizzare Strasburg - miglior giocatore della World Series, e non a caso ha già detto di voler uscire dal contratto ed andare dal miglior offerente - e Robles, oltre al 21enne Juan Soto, esterno sinistro e battitore acuto, a ricevere da Rendon un rendimento eccelso, ma come si può intuire si tratta di una combinazione solo in parte voluta e attuata dal General manager Mike Rizzo, che ha peraltro moltissimi meriti.

La realtà è che si possono attuare formule diverse, cercare la crescita graduale, percorrere strade anche incomprensibili (Miami Marlins, 2018 a oggi e chissà fino a quando) ma basta dare un’occhiata alla più semplice delle fonti, Wikipedia, e selezionare la sezione con la singola stagione di una squadra, raccontata mese per mese, per comprendere come un massacro di 162 partite una dopo l’altra, seguite da playoff in cui magari perdi con il lanciatore partente forte e vinci con quello meno efficace, sia quasi impossibile da prevedere passo dopo passo. Bisogna solo sperare che la tua programmazione, spesso per caso, sia migliore di quella altrui.

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