Gli Jurgener, ovvero i fan accaniti di Jurgen Klopp, sono convinti che questa stagione sia quella della svolta definitiva. Dopo 3 anni di duro lavoro, fatto di vittorie clamorose, cocenti sconfitte e traguardi sfiorati, il Liverpool è pronto ad alzare il primo trofeo da quando il manager tedesco si è seduto sulla panchina dei Reds. Sembra strano che una squadra che negli ultimi 4 anni ha giocato 2 finali europee (una di Europa League e l’altra di Champions League) e che nell’ultimo campionato ha fatto ben 97 punti, non abbia conquistato nemmeno un trofeo, ma la realtà dei fatti è spesso ben diversa da quello che ci si immagina.

Così, dopo aver perso un’Europa League per mano del Siviglia e una Champions League per mano del Real Madrid, il Liverpool vola a Madrid alla ricerca della sua sesta Coppa dei Campioni. Sembra uno scherzo del destino, ma dopo aver perso due trofei così importanti per mano di due club spagnoli, i Reds hanno l’opportunità di redimersi proprio in Spagna e riconquistare una competizione che sulla bacheca del club manca ormai da 14 anni.

Per riuscire nell’impresa dovrà battere il Tottenham, squadra priva di esperienza a questi livelli e per questo motivo affamata di vittorie e pronta a giocarsi il tutto per tutto pur di far di regalare ai propri tifosi la gioia della conquista di un trofeo così importante. Dalla propria parte il Liverpool ha le statistiche, che lo vedono vittorioso contro gli Spurs in 4 degli ultimi 5 incontri: se è vero che la finale è una partita secca e quindi atipica rispetto alle classiche sfide di campionato, è altrettanto vero che Klopp ha più volte dimostrato di poter battere Pochettino e rendere inefficace il suo sistema di gioco.

Forti della rimonta sul Barcellona in semifinale e consci delle proprie potenzialità, i Reds hanno l’occasione per dimostrare a tutta Europa quanto la crescita di questi anni e la continuità di risultati espressa sul campo, possano effettivamente sorbire gli effetti sperati.

La crescita esponenziale di giocatori come Alexander-Arnold (che a 22 anni giocherà la sua seconda finale di Champions League consecutiva), Andy Robertson, Divock Origi, Gini Wijnaldum e Sadio Mané, fanno il paio con l’esperienza di personaggi del calibro di Jordan Henderson, Momo Salah, Virgil Van Dijk e Alisson Becker, che nel corso delle ultime due stagioni, chi con i gol, chi con i tackle, chi con le parate, hanno dato stabilità e sicurezza a tutta la squadra, portando una ventata di tranquillità in tutto l’ambiente e alzando repentinamente il livello tecnico della squadra.

Forte di uno spogliatoio unito e deciso a raggiungere l’obiettivo prefissatosi, Klopp si presenta a Madrid conscio di poter scrivere l’ennesima pagina di storia di un club glorioso come il Liverpool. Dopo aver perso 2 finali di Champions League e una di Europa League nel corso della sua carriera, il manager tedesco vuole finalmente mettere le mani su un trofeo europeo, facendo affidamento sull’esperienza accumulata nel corso di questi anni. La finale è una partita a sé, dove statistiche, pronostici e supposizioni lasciano il tempo che trovano: i 90 minuti che si giocheranno al Wanda Metropolitano tutto saranno fuorché lo specchio della stagione calcistica appena conclusa.

Ogni partita è fatta di episodi completamente diversi l’uno dall’altro e per questo motivo impronosticabili. Ne è una dimostrazione lo stesso Liverpool, che lo scorso anno perse Salah per infortunio alla mezzora del primo tempo e finì per perdere meritatamente la partita, nonostante le papere di Karius abbiano pesantemente influenzato il risultato. Quei 90 minuti contro il Real Madrid sono l’esatta dimostrazione di quanto ogni partita sia realmente una storia a sé, con dinamiche ed episodi che ne possono condizionare il risultato in qualsiasi momento.

Il Liverpool arriva sicuramente meglio del Tottenham, forte di una serie infinita di risultati utili, ma il Tottenham ha fame e voglia. Voglia di vincere. Voglia di iscrivere il proprio nome nella storia della competizione internazionale più bella e importante. Voglia di dimostrare di non essere un club incapace di fare il reale salto di qualità.

 

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