Non fosse stato per quei due gol segnati al Barcellona nessuno avrebbe sentito parlare di Divock Origi, direte voi. Del resto, un giocatore che nel corso di un’intera stagione accumula poco meno di 600 minuti di gioco, quasi tutti da subentrato, difficile possa entrare nel cuore dei tifosi e iscrivere il proprio nome nella storia del club. La sorte dell’attaccante olandese del Liverpool, però, è diversa rispetto a tutte le altre. Diversa nei tempi, nei modi e nello svolgimento. Diversa per come è riuscita a cambiare la stagione di un’intera squadra all’improvviso. Diversa per l’impatto che rischia di avere sulla storia di un club già di per sé glorioso come il Liverpool.

Poco più di un anno fa lo stesso Origi giocava i playout di Bundesliga con la maglia del Wolfsburg, concludendo così una stagione che lo aveva visto segnare appena 6 gol in 34 presenze. Bene ma non proprio benissimo per uno come lui, trasferitosi in Germania nel tentativo di risollevarsi e riconquistare, anche se a distanza, la fiducia di Jurgen Klopp. Nonostante fosse in prestito con diritto di riscatto, Origi sapeva che prima o poi sarebbe tornato al Liverpool. E nel farlo, avrebbe voluto trovarsi pronto.

A un anno di distanza, al netto dei minuti giocati e dei gol realizzati, possiamo dire che non solo si è fatto trovare pronto ma ha anche superato con largo anticipo le aspettative. Com’è stato possibile che un giocatore come Origi, risorgere dalle ceneri del Wolfsburg e diventare un tassello fondamentale di una squadra arrivata seconda in campionato con 97 punti e finalista di Champions League per il secondo anno di fila?

A rivelarsi è stato lo stesso Origi in un’intervista al Guardian, nella quale ha raccontato come a salvarlo dal baratro siano state in realtà le sue passione, in particolare quella sulla psicologia. Nel tempo libero infatti, l’olandese adora immergersi nella lettura di libri sulla psiche umana e nello studio dei comportamenti e delle reazioni del nostro corpo alle avversità della vita.

"Se non fossi diventato un calciatore sarei stato senza dubbio uno psicologo. È una passione che coltivo da tempo ma quando ho cominciato a far parte della prima squadra con continuità ho dovuto abbandonare gli studi. Questo, però, non mi impedisce di continuare ad informarmi quando riesco a ritagliarmi dei momenti per me stesso durante la giornata oppure quando è la mia mente lanciarmi un segnale d’allarme".

Così Origi si confessava al quotidiano britannico The Guardian, spiegando di come passi intere sessioni d’allenamento ad osservare i propri compagni per studiarne le personalità e le reazioni. Affermazioni, quelle di Origi, che trovano conferma poi nella realtà: nonostante la scorsa stagione abbia deluso qualsiasi aspettativa, l’attaccante è riuscito ad rialzare la testa e riconquistarsi la fiducia del proprio allenatore.

Prima il gol che al 96’ minuto ha deciso il derby contro l’Everton nel girone d’andata, poi il colpo di testa (anch’esso decisivo) contro il Newcastle a St. James’ Park in una delle fasi più delicate della stagione, fino alla doppietta contro il Barcellona ad Anfield.

Senza Salah e Firmino e con il solo Origi a disposizione i Reds sono spacciati, dicevano. Ebbene qualcuno di spacciato in campo c’era davvero, ma non era di certo la squadra che poteva contare sull’apporto di Origi. Un gol al 7° minuto e uno al 79° hanno spazzato via i dubbi sulla sua affidabilità, regalando al Liverpool la seconda finale di Champions League consecutiva e riconsegnando agli onori della cronaca sportiva un giocatore forse più silenzioso di altri ma non per questo meno importante.

Divock Origi è il vero asso nella manica di Klopp, non tanto per i suoi gol (comunque importanti) ma soprattutto per la sua personalità, la sua presenza nello spogliatoio e la sua intelligenza, fondamentali per la crescita collettiva e dello spogliatoio.

 

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