NBA 2019: La delusione dei New York Knicks

Quello del mercato NBA è, da sempre, un mondo crudele, che non conosce mezze misure: basta un dettaglio per tramutarti da una franchigia in rampa di lancio in una squadra materasso e, molto spesso, non basta la qualità della zona geografica attorno a una società storica per attrarre i migliori free agent presenti sulla piazza.

Un compendio su questi concetti potrebbe essere scritto dai New York Knicks, ormai da anni specializzati in mercati deludenti, giunti al termine di lunghe campagne di proclami che, però, non si sono mai concretizzate in una firma di qualità.

Sono arrivati Julius Randle, Bobby Portis, Taj Gibson, Reggie Bullock e Elfrid Payton, tutti buoni giocatori con contratti biennali, ma ciò che è mancata evidentemente è stata la capacità di portare a casa un nome di assoluto livello NBA. Malgrado le acquisizioni, l’arrivo di RJ Barrett e la crescita di giocatori a roster come Kevin Knox, Mitchell Robinson e Dennis Smith Jr., New York non sembra poter essere competitiva per i playoff e, in ogni caso, sembra aver perso la sua attrattiva nei confronti dei nomi pesanti in giro per la lega.

Pensate, infatti, che l’ultimo grande free agent arrivato sulla sponda blu-arancio della Grande Mela è stato Amar’e Stoudamire nell’estate del 2010 e, anche in quell’occasione, da quel mercato ci si aspettava molto di più. 9 anni fa tutti aspettavano LeBron James, quest’anno tutti auspicavano l’arrivo di Kevin Durant e Kyrie Irving. Obiettivi miseramente falliti che, oltre al danno anche la beffa, hanno optato per la firma con i rivali cittadini dei Brooklyn Nets. Una delusione iper cocente che, però, ha delle ragioni lampanti, che proveremo ad analizzare.

Non può essere un caso, infatti, che uno dei mercati più grandi del mondo sportivo e una delle più belle città del mondo non riescano ad attrarre giocatori di livello, neanche usando la narrativa secondo cui un grande free agent giunto ai Knicks avrebbe la possibilità di riportare ai titolo una franchigia storica dopo ben 45 anni di attesa. L’unico grande nome ad aver scelto New York negli ultimi anni nel miglior momento della sua carriera è stato Carmelo Anthony all’alba del 2011: non a caso un nativo di New York che aveva intenzione di imporsi con la franchigia della sua città e di cambiare la narrativa della squadra. In quell’occasione Anthony addirittura forzò la trade con i Denver Nuggets e rifiutò ogni altra destinazione. Eppure, anche con Anthony, la storia di New York non è cambiata.

Ma perché? Cosa frena New York dal tornare una delle migliori franchigie NBA?

Innanzitutto bisogna toccare l’aspetto organizzativo dei Knicks: le voci che vedono il proprietario James Dolan come intenzionato a vendere la squadra (che al momento, lo ricordiamo, è comunque quella col maggiore valore commerciale in NBA) si fanno sempre più insistenti e, all’interno dell’organigramma societario sembra mancare una vera e propria organizzazione di fondo. Prendete a esempio la scorsa stagione: New York non è riuscita a costruire nulla di duraturo. I Knicks, infatti, hanno preso un allenatore molto rispettato, coach David Fizdale ma non sono mai riusciti a individuare i giocatori su cui realmente puntare. Inoltre, dopo aver ceduto Kristaps Porzingis -che malgrado il grave infortunio era la stella della squadra- per liberarsi dei contratti pesanti di Tim Hardaway Jr. e Courtney Lee, non è riuscita a valorizzare coerentemente nessuno dei giocatori ricevuti: Wesley Matthews è andato via attraverso un buyout e DeAndre Jordan ha scelto i Nets dopo pochi mesi in maglia Knicks. L’unico pezzo effettivamente spendibile è Dennis Smith Jr. che, però, si è trovato a interagire con una serie di compagni di basso livello che, per di più, non fanno più parte del roster. Oltre a questo, va aggiunta anche una certa qual improvvisazione dal punto di vista delle mosse in free agency quest’anno: sono infatti trapelate voci secondo cui i Knicks non si sarebbero fatti trovare pronti a offrire un max contract a Durant e, inoltre, avrebbero cancellato un incontro con l’entourage di Kawhi Leonard per non perdere altri free agent. Free agent che, però, si sono rivelati di ben altro livello rispetto ai due nomi appena citati.

Eppure, facendo la conta dei giocatori in squadra, le possibilità di sviluppare qualcosa già a partire dalla prossima stagione ci sarebbero. Il punto è che, forse, molti dei giocatori arrivati in questa free agency potrebbero tarpare le ali ai migliori talenti a disposizione dei Knicks. Quanto possono essere aiutati Smith, Barrett, Knox e Mitchell dalle firme di questa estate? Ben poco.

E allora, la domanda sorge spontanea, perché la dirigenza non ha optato per l’assorbimento di contratti pesanti e asset come fatto da altre franchigie, Nets in testa, negli ultimi anni?

L’impressione, limpida più che mai, è che manchino la lungimiranza, la pazienza e la voglia di costruire e che, in fondo, in casa Knicks ci si aspetta che i migliori giocatori della lega possano scegliere loro solo perché New York è uno dei posti più cool del mondo e perché i Knickerbockers sono una franchigia leggendaria.

La NBA degli ultimi anni, però, ci ha insegnato ben altro. Chissà se i Knicks impareranno mai la lezione: la storia recente della lega ci ha anche detto che si è sempre in tempo per cambiare direzione. Tifosi Knicks, non disperate!

 

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