È possibile analizzare con un po’ di razionalità l’edizione più interminabile e imprevedibile della storia della Champions League? Sì, se l’hai giocata (e vinta) con i due club più vincenti d’Europa: Real Madrid e Milan. Christian Panucci è l’uomo dei tre mondi: dopo una fantastica carriera tra Serie A (anche a Roma e Parma), Liga, Premier (Chelsea) e Ligue 1 (Monaco) ha intrapreso quella da opinionista tv (brillante e pungente su Sky, Fox Sport e Mediaset) ed è reduce dall’esperienza da ct dell’Albania.

Ha visto insomma il calcio da ogni prospettiva e conosce ogni sfumatura della competizione per club più prestigiosa del mondo: il suo fascino e, quest’anno più che mai, le sue trappole: “La prima certezza è che…non ci sono certezze. È difficilissimo fare previsioni con questa formula, con partite secche in campo neutro. La Serie A però ci ha dato qualche indicazione. Come avevo previsto, i brevilinei del Napoli sono andati in forma prima e la Lazio, con giocatori fisicamente più pesanti, ha fatto più fatica. La Champions, in ogni caso, resta un palcoscenico di altissimo livello, con una qualità superiore a tutto. E la qualità, dei giocatori e dei club, fa sempre la differenza”.

Già, la storia non gioca ma ha il suo peso. Anche nell’impostazione tattica/filosofica delle squadre. “In partite di 90 o al massimo 120’ l’aspetto difensivo ha un valore importante: è importante avere equilibrio, chi farà gol subito potrà avere un grande vantaggio. Ma non aspettiamoci un atteggiamento distante dalla filosofia che le squadre e gli allenatori hanno mostrato finora. Il Manchester City non è abituato a gestire la partita e continuerà a non farlo e il Real resterà fedele al suo stile. E il Bayern, per la sua storia fondata anche su forza e solidità, potrebbe invece accettare di difendersi un po’ di più. Io comunque preferisco la qualità alla fase difensiva, perché la qualità dà sempre un piccolo vantaggio”.

Champions League: le finali con Real Madrid

Qualità significa tecnica, resistenza alla pressione, capacità di adattamento a una situazione anomala. L’assenza di pubblico quindi non toglie pressione perché semplicemente “a questo punto della Champions arrivano solo giocatori di livello top, che sanno amministrare sia gli applausi che i fischi. Senza pubblico sarà brutto ma quando fischia l’arbitro i giocatori hanno in mente solo una cosa: giocare e vincere”. Per l’Atalanta, però, dimezzare i minuti della sfida contro il PSG può essere un aiuto: “Se fossi Gasperini, sarei felice di giocarmela in 90’. La sua squadra è molto forte fisicamente, sta bene e trova un avversario di enorme qualità, che globalmente ha più esperienza in Europa ma che in semifinale non ci arriva dai tempi di Ginola, Weah e Raí. Ne è passato di tempo, giocavo ancora io...”. Che anni, quegli anni. Un’epoca-epica con due finali indimenticabili per Panucci: Atene 1994 e Amsterdam 1998. La Juventus di Zidane e Del Piero sembrava pronta per il trionfo e invece… “A distanza di anni molti pensano ancora che la Juve fosse strafavorita ma col Real eravamo arrivati in finale senza subire gol, giocando con qualità e un possesso palla fenomenale. Sulla carta era una finale equilibrata, la Juve con Lippi aveva vinto di più ma noi avevamo una fame incredibile. Il Real non alzava la coppa da 32 anni e per tutta la stagione la gente ci aveva motivato a tal punto che ci eravamo convinti di potercela fare davvero. Quel gruppo fantastico trasmetteva quella sensazione. E così riuscimmo finalmente a conquistare la Septima della storia del Madrid”.

Champions League: le finali con Real Madrid

Qualità significa tecnica, resistenza alla pressione, capacità di adattamento a una situazione anomala. L’assenza di pubblico quindi non toglie pressione perché semplicemente “a questo punto della Champions arrivano solo giocatori di livello top, che sanno amministrare sia gli applausi che i fischi. Senza pubblico sarà brutto ma quando fischia l’arbitro i giocatori hanno in mente solo una cosa: giocare e vincere”. Per l’Atalanta, però, dimezzare i minuti della sfida contro il PSG può essere un aiuto: “Se fossi Gasperini, sarei felice di giocarmela in 90’. La sua squadra è molto forte fisicamente, sta bene e trova un avversario di enorme qualità, che globalmente ha più esperienza in Europa ma che in semifinale non ci arriva dai tempi di Ginola, Weah e Raí. Ne è passato di tempo, giocavo ancora io...”. Che anni, quegli anni. Un’epoca-epica con due finali indimenticabili per Panucci: Atene 1994 e Amsterdam 1998. La Juventus di Zidane e Del Piero sembrava pronta per il trionfo e invece… “A distanza di anni molti pensano ancora che la Juve fosse strafavorita ma col Real eravamo arrivati in finale senza subire gol, giocando con qualità e un possesso palla fenomenale. Sulla carta era una finale equilibrata, la Juve con Lippi aveva vinto di più ma noi avevamo una fame incredibile. Il Real non alzava la coppa da 32 anni e per tutta la stagione la gente ci aveva motivato a tal punto che ci eravamo convinti di potercela fare davvero. Quel gruppo fantastico trasmetteva quella sensazione. E così riuscimmo finalmente a conquistare la Septima della storia del Madrid”.

Final Eight di Champions: la situazione di Juventus e Lione

La Juventus era alla sua terza finale consecutiva e la prima se l’era giocata contro l’Ajax. “Ricordo che Van Gaal aveva dato una settimana libera ai suoi giocatori e poi si erano ritrovati solo sette giorni prima della partita. Vedo analogie con la scelta del Bayern, che addirittura di settimane di riposo ora ne ha concesse due. Dopo tutta la sosta, per me sono troppe. C’è il rischio di staccare sul piano fisico, mentale, dell’alimentazione e della preparazione personale. Se pensiamo che in un’estate tradizionale i giocatori hanno 28 giorni liberi, concederne la metà in questo periodo, dopo una pausa già così lunga, è molto rischioso…”.

Arriverà da una pausa interminabile il Lione, il cui presidente Aulas si è battuto inutilmente per evitare la sospensione definitiva della Ligue 1. Gli avversari della Juventus arriveranno allo Stadium dopo aver disputato alcune amichevoli e la finale di Coppa di Lega contro il PSG a fine luglio. I tre mesi di sosta forzata hanno permesso alla loro stella, l’olandese Memphis Depay, di recuperare dall’infortunio al ginocchio. “Per il Lione è un grande ritorno. Ma sia lui che i suoi compagni avranno pochi minuti nelle gambe, così diventa dura. Le partite di Champions sono massacranti a livello mentale e fisico”. Juve favorita, insomma.

Per il Napoli, invece, il compito sarà più complicato: “Secondo me Rino (Gattuso) imposterà una partita di attesa e ripartenze. Tutti sottopalla, stile molto umile come in finale di Coppa Italia. Poi dovranno essere bravi i giocatori a sfruttare le poche occasioni che gli capiteranno: sanno che non possono permettersi errori. Il Camp Nou è un campo immenso, trovare le misure non è facile. Il Barcellona ha perso la Liga, sarà ancora più arrabbiato. È un momento complicato ma a quei giocatori basta poco per riprendersi. Sono come l’erba, ci metti un po’ d’acqua e cresce subito…”.

Final Eight: la fase finale di Champions League

Il ritorno degli ottavi coinvolgerà anche il suo ex Real, che andrà a Manchester per rimontare l’1-2 dell’andata senza lo squalificato Sergio Ramos. Al City mancherà per infortunio il Kun Agüero: quale assenza peserà di più? “Sono due giocatori fantastici ma dico Ramos: è fondamentale per carisma, importanza e senso di appartenenza. Il Real ha anche meno opzioni per sostituirlo di quante ne ha il City per rimpiazzare Agüero: Guardiola ha una rosa più ampia rispetto a Zidane”. Tra tante incognite, una garanzia: la Champions, anche a porte chiuse, manterrà intatto il suo fascino: “È il top per ogni giocatore. Immagino i giocatori dell’Atalanta quando entreranno in campo per la loro sfida al PSG: quando arrivi a quel punto nella tua carriera ti senti un giocatore vero. Per loro è come giocare a Wimbledon: hanno superato i primi turni e ora devono affrontare Djokovic, Federer, Nadal. L’esperienza e i successi di questi mesi li hanno fatti crescere in autostima e personalità ma per superare il turno servirà comunque una grande impresa”. Come quella del suo Real della Septima e del suo Milan, che nonostante le assenze di Baresi e Costacurta, con Panucci strepitoso terzino sinistro, giustiziò il supponente Barcellona di Cruyff.  Che tempi, quei tempi. Tra tante incertezze, gli resta una grande certezza: “A distanza di 25 anni, posso dire senza timori che quel Milan e quel Real vincerebbero anche questa edizione di Champions. Erano squadre fortissime. E non a caso hanno fatto la storia”.

 

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