La regular season della NFL è la più corta di tutte, nello sport professionistico americano: nemmeno quattro mesi, e 16 partite. Per forza: il football è nettamente la disciplina più dura e dannosa sul piano fisico, e un maggior numero di impegni sarebbe difficile da sopportare. Ci sono squadre come i Detroit Lions che hanno chiuso - senza andare ai playoff - con 16 giocatori nella cosiddetta injured list, cioé infortunati a lungo termine, anche se è vero che i loro avversari dell’ultima giornata, i Green Bay Packers che ai playoff invece vanno, di infortuni seri non ne hanno avuto nemmeno uno, ma non per nulla è un caso evidenziato dalle cronache come raro.

Alla fine di questa guerra di nervi, muscoli e articolazioni sono rimaste vive, in senso sportivo, le otto che puntano al Super Bowl. In ordine di classifica, nella American Football Conference i Baltimore Ravens (14 vinte, 2 perse), i Kansas City Chiefs (12-4), i New England Patriots (12-4), gli Houston Texans (10-6), i Buffalo Bills (10-6) e i Tennessee Titans (9-7). Nella National Football Conference, i San Francisco 49ers (13-3), i Green Bay Packers (13-3), i New Orleans Saints (13-3), i Philadelphia Eagles (9-7), i Seattle Seahawks (11-5) e i Minnesota Vikings (10-6).

Primo punto: come mai Philadelphia, che ha vinto meno partite di tutte le partecipanti ai playoff, è quarta? Facile: le prime quattro teste di serie sono le squadre che vincono la division (gironcino) a cui appartengono, a prescindere dal numero di vittorie. E dunque al primo turno, domenica prossima, gli Eagles saranno in casa contro Seattle, che ha vinto due partite in più ma è arrivata seconda nella propria division, la West. E come? Semplice: all’ultima azione dell’ultima partita di domenica sera, in svantaggio 26-21 contro San Francisco, con la palla a una yard dalla zona di touchdown, i Seahawks hanno prima commesso una penalità che li ha rispediti indietro di 4 yard, poi hanno provato due volte il lancio senza successo, e al quarto e ultimo tentativo il passaggio l’hanno sì completato, sul tight end Jacob Hollister, che è però stato fermato a circa 5 centimetri dal touchdown da un grandioso placcaggio di Dre Greenlaw, un debuttante nella NFL che ha sostituito alla grande l’infortunato Kwon Alexander.

Sei centimetri più avanti, e Seattle avrebbe vinto la division e saltato il primo turno, spedendo invece i 49ers a Philadelphia per la sfida del primo turno, il cosiddetto Wild Card Game. Oltre a confermare la tendenza recente di San Francisco a vincere - o perdere, vedi 1 dicembre a Baltimore, 15 dicembre contro Atlanta - negli ultimi secondi, la partita ha detto altro, per l’ennesima volta: cioé che il fattore campo è un elemento aneddotico e retorico che però all’atto pratico conta pochissimo. Seattle, già che ci siamo, gioca molto sul folclore del12th Man o Dodicesimo Uomo, corroborato da articoli e post, ma ha perso in casa le ultime due partite, compresa quella del 22 dicembre contro Arizona, avversaria di sicuro non eccezionale.

Il motivo dunque per cui nei playoff vincono più spesso le squadre di casa, specialmente quando si arriva alle finali di conference cioé alle gare che mandano al Super Bowl, è semplicemente che sono in casa in quanto hanno vinto più partite in regular season e dunque sono più forti, ma il fattore campo di per sé conta pochissimo. Mentre il Wild Card Game, con anomalie tipo Philadelphia-Seattle, può essere più incerto.

 

Restando nella NFC, il numero di squadre che può in realtà arrivare al Super Bowl non è basso, anzi l’impressione è che il campo di partecipanti sia di maggior qualità rispetto alla AFC, senza che però questo voglia dire che il Super Bowl verrà vinto dalla rappresentante della National Football Conference. San Francisco, Seattle - che con i 49ers aveva vinto in trasferta - New Orleans e Green Bay hanno un livello di talento simile, pur con ovvie differenze stilistiche, mentre Minnesota e Philadelphia sembrano un gradino più sotto, e anche il giochino dei confronti diretti può non essere molto convincente, perché la NFL è lega in cui ogni settimana ci si deve riazzerare in base a giocatori a disposizione e atteggiamento tattico dell’avversaria. Volendo, peraltro, si scopre che Seattle ha vinto e perso contro i 49ers, che a loro volta hanno vinto allo scadere a New Orleans che ha però vinto a Seattle e dunque… dunque niente, è tutta fuffa che ai comuni mortali impedisce di tratte conclusioni.

Mentre i coach rivedendo le partite possono arrivare a scoprire dettagli da utilizzare in caso di nuova sfida. Idealmente, una finale San Francisco-New Orleans metterebbe di fronte le squadre con il maggior valore complessivo, e con la bella storia di Drew Brees, il 40enne quarterback dei Saints, all’ultima possibilità di vincere il secondo Super Bowl, ma stesso discorso vale, con età lievemente minore (36 compiuti il 2 dicembre), per Aaron Rodgers, il quarterback di Green Bay.

 

Nella AFC è stata la stagione di Baltimore e del suo qb Lamar Jackson, al secondo anno di NFL. 23 anni il prossimo 7 gennaio, Jackson lo scorso anno era subentrato al titolare Joe Flacco e aveva giocato i playoff, anche se la sua era stata una pessima partita. A bocce ferme, il coach John Harbaugh ha modificato tutta la filosofia offensiva della squadra per adattarla a Jackson, che ha risposto con una regular season 2019 fantastica: in 15 partite (la numero 16, domenica, l’ha saltata, a playoff già certi) 3127 yard lanciate, 36 touchdown, 6 intercetti, uniti a 1206 yard corse e 7 touchdown.

Tante yard corse, sì: perché i Ravens hanno giocato quasi sempre in option, cioé dando al loro quarterback l’opzione di lanciare, correre, consegnare la palla a un running back per una sua corsa. Le capacità di Jackson come portatore di palla, evidenziate dalle cifre, rendono quasi irrisolvibile il dilemma per le difese avversarie, che devono mantenere una disciplina ferrea per tutta la partita per non essere mandate fuori fase dalle finte sulle quali è costruito questo tipo di gioco. Diffusissimo al college, in molte varianti, ma quasi sconosciuto nella NFL, dove i quarterback sono lanciatori con fisici e caratteristiche generalmente poco adatte alla corsa con la palla.

Qualche preoccupazione per l’incolumità di Jackson a lungo termine c’è, data la sua maggiore esposizione ai colpi, ma al momento il ragazzo è in forma splendida e i Ravens sono favoriti nella AFC. Dietro di loro i Kansas City Chiefs, che hanno ripetuto l’annata 2018 ma senza conquistare il primo posto e il fattore campo, e senza stabilire record, anche perché il quarterback Patrick Mahomes ha perso qualche partita e qualche colpo, per infortunio. Kansas City ha chiuso al secondo posto grazie all’inattesa sconfitta di New England in casa contro Miami, squadra di basso livello anche se cresciuta nell’ultimo paio di mesi.

I campioni in carica hanno avuto una prima parte di stagione eccelsa (8-0), nella quale approfittando di avversari modesti hanno ricreato il tradizionale dominio nella AFC East, ma dal 27 ottobre in poi hanno vinto tante partite (quattro) quante ne hanno perse, e tra le sconfitte tre sono arrivate contro Baltimore, Kansas City e Houston, avversarie potenziali di playoff. Vero che i Pats hanno concesso il minor numero di punti della loro storia, ma l’idea è che la difesa non sia in grado di dominare partite in cui l’attacco, guidato dal 42enne Tom Brady, si possa trovare in difficoltà. Un caveat, forte: la reputazione di New England negli ultimi 18 anni è così robusta da non lasciare tranquilli gli avversari neanche di fronte all’oggettività di una condizione di potenza inferiore al solito.

 

Ecco il calendario del turno di Wild Card dei playoff:

 

Sabato 4 gennaio (AFC)

Houston-Buffalo

New England-Tennessee

 

Domenica 5 gennaio (NFC)

New Orleans-New Orleans

Philadelphia-Seattle

 

Le quattro teste di serie (Baltimore e Kansas City nella AFC, San Francisco e Green Bay nella NFC) ospiteranno le vincenti del Wild Card Game, in base alla classifica finale. Per semplificare, la vincitrice di Wild Card con il peggior bilancio della AFC giocherà a Baltimore, quella della NFC a San Francisco.



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