Troppe volte, in questa rubrica, sono comparse quest’anno riflessioni su cambi di allenatori, e tanto per non cambiare arieccoci. Venerdì 14 febbraio i Minnesota Wild hanno interrotto la collaborazione con il coach Bruce Boudreau, alla quarta stagione. Le prime due si erano concluse con la qualificazione ai playoff ma anche con una immediata eliminazione per 1-4, particolarmente gravosa per l’ambiente di una città - anzi, doppia città visto che i Wild giocano a St.Paul, dirimpettaia di Minneapolis - che per l’hockey ha una passione immensa, come testimoniato anche dal fanatismo per l’hockey di liceo e universitario.

L’aspetto curioso è che la decisione di rimuovere Boudreau dal ruolo è arrivata nei giorni in cui Minnesota, sorprendentemente, era risalita a pochi punti dal secondo posto per i playoff via wild card game. In una Western però molto affollata, e dunque anche ‘pochi punti’, a quasi due mesi dalla fine della regular season, possono non essere un progresso così rilevante. Pare oltretutto che alla dirigenza non siano piaciute le troppe partite perse di poco, insomma i Wild davano l’idea di saper vincere o perdere con scarto ampio ma solo perdere quando la differenza era ridotta. Ora in panchina c’è Dean Evason, 55 anni cioé 10 in meno di Boudreau e suo assistente già a Washington, oltre che capo allenatore per 12 stagioni in leghe minori. È candidato al posto in maniera permanente, ma dovrà fare tante cose da qui alla fine: quella principale, ovviamente, è portare Minnesota ai playoff, nonostante i problemi di organico.

Come hanno correttamente notato alcuni commentatori americani, l’esame non è solo per Evason ma anche per giocatori che (si spera) inconsciamente non stavano dando il 100% per un allenatore comunque in scadenza di contratto e senza futuro a St.Paul, considerando che il general manager Bill Guerin non era quello che lo aveva assunto, e che molto spesso i club vogliono totale comunione di sentimenti tra GM e coach. Tra l’altro, il sito FiveThirtyEight.com alcuni anni fa aveva condotto una ricerca in base alla quale la durata media degli allenatori su una panchina era di 2,3 anni nella NBA, 2,4 nella NHL, 3,6 nella NFL e 3,8 nella MLB, ma un aggiornamento comprendente il 2019-20 abbasserebbe ulteriormente la permanenza nell’hockey, considerando che siamo già, con Boudreau, all’ottavo cambio di coach. Aggiungendo i sette che erano stati fatti in estate fanno 15 su 31, il 48%. Dura tirare avanti con questo ritmo. Anche se quest’anno c’è stata l’anomalia di almeno due allenatori lasciati andare per cause non legate ai risultati: Jim Montgomery, a Dallas, per problemi di alcolismo e Bill Peters, a Calgary, per l’emergere di episodi di razzismo.

Nella settimana che porta al 24 febbraio, termine ultimo per gli scambi di mercato, il dibattito è il solito di tutti gli sport: meglio non fare mosse azzardate, a meno che non si sia disperati (cioé fuori dai giochi) o non si pensi che un arrivo o due possano dare la spinta decisiva, o meglio provarci a prescindere? Qualcosa ha fatto anche la squadra più lanciata (11 vittorie consecutive, dato aggiornato prima della sfida a Las Vegas di questa notte) ovvero Tampa Bay, prendendo Blake Coleman da New Jersey: non un attaccante qualunque, ma il miglior realizzatore dei Devils fino a quel momento, un giocatore che potrà ulteriormente aumentare il potenziale offensivo dei Lightning, già ora notevolissimo.

Come hanno osservato i commentatori più smaliziati, il vantaggio di averlo preso è doppio: non solo ora Coleman è a Tampa, ma in questo modo non potrà più andare a Boston, altra squadra che l’aveva preso in considerazione. E i Bruins, ovviamente, sono i grandi rivali di division, la Atlantic: all’ultima verifica i loro 86 punti venivano da 37 vittorie contro le 40 dei Lightning ma ben 12 (!) sconfitte al supplementare, massimo numero nella NHL assieme ai Columbus Blue Jackets. Ricordando qui, velocemente, che la vittoria vale due punti, la sconfitta al supplementare ne vale uno, per cui 37x2=74 più i 12 punti dei ko ai prolugamenti e fanno gli 86 di Boston. Tutta questa roba per dire, appunto, che nella sua rimonta Tampa Bay ha sfruttato al massimo la capacità di vincere entro i tre periodi, che alla lunga può darle il sorpasso.

Lunedì sera sono stati segnati 33 gol nella giornata NHL, e 13 di questi sono stati segnati da giocatori con meno di 24 anni. Il totale stagione è salito oltre quota 2000, ed è un buon segno per la lega, considerando che nella categoria under 24 ci sono David Pastrnak e Connor McDavid (Boston ed Edmonton, 23), Auston Matthews e Sebastian Aho (Toronto e Carolina, 22), Leon Draisaitl (Edmonton, 24): e i primi sei della classifica dei gol sono in ordine proprio Matthews, Pastrnak, Alex Ovechkin, Aho, Draisaitl e Jack Eichel (23) di Buffalo. Dunque, il solo Ovechkin è sopra ai 24 anni (ne ha 34) e l’interpretazione più facile è che la NHL abbia l’ennesima ondata di giovani di grande talento. Ma c’è un problema: al di fuori delle città in cui giocano sono quasi sconosciuti al grande pubblico, all’appassionato generico di sport.

È un problema che ha anche il baseball: due anni fa il sondaggio di una società di marketing rivelò che solo il 22% degli americani sapeva chi fosse Mike Trout, e Trout nel 2018 aveva già vinto per due volte il premio come miglior giocatore della American League con la maglia dei Los Angeles Angels. Si dice spesso che uno dei guai attuali del baseball - a parte lo scandalo legato agli Houston Astros, su cui torneremo - sia proprio nella difficoltà dei migliori giocatori a sfondare come volti noti, ma per l’hockey vale lo stesso, e persino la NFL può cadere in questa categoria, se si esce dai grandissimi. Di fatto, solo la NBA vince, anzi stravince su questo fronte: la riconoscibilità di molti suoi giocatori è ora addirittura superiore al loro valore e al loro talento vero. La copertina del prossimo numero dell’edizione americana di GQ, con James Harden e Russell Westbrook in posa e la definizione ‘il duo più stiloso nel mondo dello sport’ dice tutto.

Tra le conseguenze, certo non le più importanti, del Coronavirus c’è stata anche la diminuzione del numero di stecche disponibili. Due delle maggiori fornitrici, la Bauer e la CCM, che producono il 75% delle stecche NHL, hanno infatti in Cina stabilimenti che sono stati chiusi per l’epidemia, e di conseguenza le forniture sono in netto ritardo: in occasione della Hockey Night in Canada - la serata a tema con partite trasmesse dalla tv canadese CBC - di sabato scorso gli addetti alle attrezzature dei Calgary Flames ad esempio hanno chiesto ai giocatori di non spaccare mazze per sfoghi di rabbia e di non regalarle ai tifosi, per evitare che presto si resti a corto.

 

Clicca qui per maggiori informazioni su tutte le scommesse online* sulla NHL

*Si prega di essere consapevoli del fatto che questo link vi rimanderà al sito scommesse